Economia

Tecnologia, demografia, moneta e risorse naturali: i punti di forza degli Usa (che compiono 250 anni)

Tecnologia, demografia, moneta e risorse naturali: i punti di forza degli Usa (che compiono 250 anni)

Il modo migliore per capire lo stato dell’America non è ascoltare i suoi commentatori, spesso apocalittici. È osservare i suoi rivali. Quando Trump arrivò a Pechino per l’ultimo vertice con Xi Jinping, la scena più istruttiva non era quella dei due presidenti. Era la delegazione che accompagnava l’Air Force One: i vertici di Apple, Nvidia, Meta, Boeing, Goldman Sachs, BlackRock, Qualcomm, SpaceX-Tesla, General Electric e di altri colossi. Una concentrazione di potenza economica e tecnologica che nessun altro paese, Cina inclusa, è in grado di schierare. Xi può pensare tutto il male possibile di Trump, può perfino disprezzarlo. Ma quando misura i rapporti di forze guarda ai fattori fondamentali. I «fondamentali» continuano a fare degli Stati Uniti il numero uno. Il «sorpasso cinese», che appariva certo vent’anni fa, oggi è dubbio se non improbabile.

È la domanda che accompagna il loro 250° anniversario: gli Stati Uniti sono davvero una nazione in declino? Le cronache sembrano dire di sì. Polarizzazione, scontri ideologici, un presidente che divide come pochi nella storia. Dall’opposizione democratica, dalle élite dell’accademia e dello spettacolo, dall’Europa, arrivano diagnosi terminali sulla democrazia americana. Eppure è una scena già vista. Negli anni ‘60 furono gli assassinii dei Kennedy e Martin Luther King, le rivolte razziali, il Vietnam. Negli anni ‘70 inflazione, crisi energetica, New York alla bancarotta, il Giappone indicato come padrone dell’economia mondiale. Ogni volta gli Stati Uniti furono dati per finiti. Ogni volta ripartirono. Dopo la Grande Depressione ci fu la vittoria contro i nazifascismi, dopo il caos degli anni Settanta il trionfo contro l’Unione sovietica.

Per capire questa resilienza bisogna guardare i quattro pilastri della potenza. Nessuna nazione può aspirare all’egemonia se non combina questi fattori: leadership finanziaria imperniata su una moneta universale, superiorità tecnologica (che include la capacità militare), controllo di risorse strategiche, dinamismo demografico. Gli Stati Uniti oggi sono gli unici a possedere il «quadrilatero magico». Restano il principale polo dell’innovazione, dominano la finanza, dispongono della rete militare globale più estesa e continuano ad attirare talenti da ogni continente. La Cina si è avvicinata sul terreno industriale e tecnologico ma non esercita la stessa capacità di attrazione. L’Europa non dispone né della forza militare né della capacità innovativa. La Russia ha un’economia debole e una demografia in caduta vertiginosa.

C’è poi una caratteristica che distingue gli Stati Uniti dagli imperi del passato. Lo storico norvegese Geir Lundestad parlò di un «impero su invito». Gli imperi tradizionali si espandevano conquistando territori. Quello americano è cresciuto perché molti paesi hanno chiesto spontaneamente di entrarvi. Dopo il 1945 Germania, Giappone, Italia e gran parte dell’Europa occidentale cercarono la protezione americana. Dopo il crollo del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’impero comunista, furono gli Stati dell’Europa orientale a voler entrare nella Nato. Di recente lo hanno fatto Finlandia e Svezia. Questo non cancella gli errori di Washington, dalle guerre sbagliate agli eccessi di unilateralismo. Ma spiega perché l’influenza americana non si fondi soltanto sulla forza: si alimenta anche del consenso dei suoi alleati.

Nessun impero è eterno. Lo storico Paul Kennedy ha descritto l’imperial overstretch, l’iperdilatazione imperiale: quando una potenza assume troppi impegni militari finisce per logorare la propria economia, in particolare rischia il collasso finanziario per eccesso di debiti. È accaduto alla Spagna, alla Francia napoleonica, all’Impero britannico. Gli Stati Uniti conoscono questo pericolo, anche se per adesso il loro debito complessivo è inferiore a quello di tanti altri (Cina inclusa) ed è più sostenibile. Le guerre in Afghanistan e Iraq hanno alimentato il dubbio che Washington stesse spendendo troppo per mantenere un ruolo globale. Da qui la richiesta, tanto dalla destra quanto dalla sinistra americana, di ridurre gli interventi all’estero.

Trump interpreta anche questa tradizione. Lui viene descritto come una rottura radicale. In realtà rappresenta il ritorno di una tentazione antica quanto la Repubblica americana: l’isolazionismo. George Washington invitava a evitare alleanze permanenti. Dopo la prima guerra mondiale gli Stati Uniti rifiutarono di entrare nella Società delle Nazioni. Negli anni Trenta lo slogan «America First» esprimeva la volontà di restare fuori dai conflitti europei. Solo la seconda guerra mondiale e la guerra fredda trasformarono gli Stati Uniti nella guida stabile dell’Occidente. Oggi quel dibattito è riemerso. Dopo decenni in cui Washington si è assunta il costo dell’ordine internazionale, una parte crescente dell’opinione pubblica si chiede se quel ruolo sia ancora sostenibile. 

Trump dà una risposta drastica: meno responsabilità globali, più attenzione agli interessi nazionali. Ma il pendolo americano oscilla sempre fra apertura e ripiegamento. Trump è un coacervo di contraddizioni: vuole ridurre l’impegno Usa nella Nato, nel frattempo ha aumentato quello in Medio Oriente con l’intervento militare in Iran, dagli esiti finora deludenti. Sul fronte economico il suo protezionismo non è nuovo. L’America disegnò le regole dell’economia globale fin dal 1944 ma poi ebbe periodiche crisi di rigetto contro le aperture dei mercati: sotto le presidenze Nixon, Reagan, Clinton e Obama, le proteste operaie o ambientaliste, di sinistra o di destra, segnalarono che «gli sconfitti della globalizzazione» volevano politiche diverse. Un maestro della geopolitica del Novecento, Henry Kissinger, invitò a studiare Trump come uno di quei personaggi che appaiono nel corso della storia a segnalare un passaggio d’epoca, la chiusura di un capitolo.

È sempre sbagliato identificare l’America con un presidente. I leader passano. Rimangono i fattori strutturali della potenza: la capacità di innovare, attrarre capitali e cervelli, trasformare la ricerca in industria, rinnovarsi dopo ogni crisi. In altre parti del mondo l’ambizione è un peccato, in America è una virtù. Perfino i comunisti cinesi hanno voluto emulare l’energia vitale del capitalismo Usa. A 250 anni dalla nascita, gli Stati Uniti restano un paese di contraddizioni. Politicamente litigioso, economicamente dinamico. Diviso all’interno, indispensabile negli equilibri mondiali. Ogni generazione ne annuncia il tramonto. Finora la storia ha raccontato qualcosa di diverso. Non è un caso se la rivoluzione dell’intelligenza artificiale, ancora una volta, comincia da qui.

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