Economia

Fondazioni, Azzone: «Mandati e banche, le fondazioni si adeguano. Dal risiko nessun impatto»

Fondazioni, Azzone: «Mandati e banche, le fondazioni si adeguano. Dal risiko nessun impatto»

Piena adesione da parte delle fondazioni bancarie al nuovo addendum del Protocollo Acri-Mef. E impatti limitati dal risiko in corso. Giovanni Azzone, numero uno dell’associazione delle fondazioni, fa il punto a otto mesi dall’accordo e annuncia nuovi progetti a livello nazionale.

Presidente, a che punto siamo?

«L’addendum è stato firmato da tutte le fondazioni, 60 hanno già inviato le modifiche di statuto al Tesoro. Su 54 statuti esaminati, in 10 casi è stato mantenuto il mandato di 4 anni, negli altri casi si è optato per 6 anni. Sono particolarmente soddisfatto perché da una situazione rigida di 4+4 anni siamo passati a un’altra di governance che prevede flessibilità ed eterogeneità».

E per quanto riguarda la quota della conferitaria?

«Nel caso di una quota di patrimonio investito tra il 33% e il 44% non c’è necessità di intervenire per ridurre l’incidenza sulla conferitaria o sul singolo soggetto. Nell’ipotesi che si superi il 44%, è previsto un piano triennale di rientro, un arco di tempo utile anche in questo momento di fiammate borsistiche dovute al risiko bancario».

Temete dunque impatti dal risiko?

«No, perché non sono previsti interventi traumatici. Credo che la nostra sia stata un’azione di buon senso. L’aumento della quota nel patrimonio non era legato alla scelta di concentrare l’attività, ma all’andamento azionario del settore bancario».

Non temete che il riassetto creditizio possa sconvolgere il mondo delle fondazioni?

«Abbiamo di fronte due mondi diversi. Da un lato le banche di sistema, in cui il peso delle fondazioni è significativo, come in Intesa Sanpaolo, o risale a un legame antico, come in Unicredit. L’intenzione è seguirne il percorso di consolidamento in Europa: sentirsi parte di questo processo inorgoglisce il Paese. Dall’altro ci sono le banche del territorio, che hanno una capacità di intervento più soggettiva, basata su criteri diversi».

La nuova cornice Acri-Mef non rischia così di invecchiare precocemente?

«Dobbiamo contemperare due esigenze. Abbiamo già visto concentrazioni in un singolo investimento che hanno avuto conseguenze critiche quindi credo al giusto equilibrio. Quale sia il parametro giusto nessuno può dirlo, ma la flessibilità sul triennio consente di gestire meglio questa situazione, in cui è importante mantenere il controllo attraverso investitori di lungo periodo».

Le fondazioni stanno perdendo il loro legame con le banche?

«È una naturale evoluzione rispetto a oltre 30 anni fa, quando le fondazioni nacquero. C’è un tema di corporate governance: le fondazioni possono intervenire sull’elezione del cda poi restano azionisti come gli altri, non possono avere rapporti privilegiati. Per esempio Cariplo con Intesa Sanpaolo condivide un interesse in alcune iniziative come nelle Gallerie d’Italia o nei progetti sui Neet».

Acri sta lavorando a nuovi progetti?

«Continua quello sulla Povertà educativa, con l’agevolazione del credito di imposta anche per il prossimo triennio, mentre quello sulla Repubblica Digitale termina quest’anno. Siamo poi in avanzata discussione su una nuova iniziativa per inizio 2027 sullo sport dilettantistico inclusivo, a favore di soggetti fragili. Questi progetti nazionali nascono con una logica di solidarietà nazionale a favore soprattutto delle aree del Mezzogiorno dove i bisogni sono più sentiti».

C’è anche un problema di tassazione ancora non risolto.

«Con le Agenzie delle Entrate dei territori di elezione, le singole fondazioni hanno una discussione in corso: i benefici fiscali per chi svolge filantropia diretta, si possono applicare anche a chi fa filantropia indiretta? Ad esempio una fondazione che eroga risorse alla Caritas, che distribuisce pasti ai bisognosi, è considerata filantropia indiretta. Perché sia diretta, quella fondazione dovrebbe essa stessa distribuire pasti. Un pensiero che non ci sembra condivisibile. Oltre a questo, vorrei ricordare che l’anno scorso le fondazioni di origine bancaria hanno pagato tasse per oltre 400 milioni, circa il 30% del totale erogato. Qualunque vantaggio fiscale dato alle fondazioni non genera un euro a favore di chi le governa o di chi vi lavora: va tutto in filantropia. Forse è il caso di aggiustare la tassazione».

8 lug 2026 | 07:13

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