Tre «Giornate particolari» tra Francia, Italia, Stati Uniti, Cina e altri Paesi. Tra il 16 e il 18 ottobre apriranno al pubblico 46 maison con 65 centri di eccellenza del gruppo Lvmh. La Penisola sarà protagonista aprendo sette tra manifatture e luoghi storici del gruppo guidato da Bernard Arnault. L’ambasciatore delle Journées Particulières sarà Antoine Arnault, 49 anni, il secondo dei cinque figli dell’imprenditore francese. «Il saper fare trova la sua culla tra Francia e Italia dove ci sono marchi come Acqua di Parma, Bulgari, Cova, Fendi, Loro Piana, Pucci e dove lavorano 15 mila artigiani».
Antoine Arnault è ceo di Dior Se, la holding che controlla con il 42% il colosso del lusso ed è a capo della sostenibilità e dell’immagine del gruppo. Conosce bene l’Italia dove è stato presidente di Loro Piana all’epoca dell’acquisizione. Oggi è alla guida del marchio il fratello Frédéric. Il gruppo ha ricavi per 80,8 miliardi e a fine luglio ci sarà il test dell’andamento sui mercati con i conti del primo semestre.
Qual è lo spirito?
«Queste giornate sono state chieste dagli stessi artigiani che lavorano per il gruppo — maestri nella pelletteria, nelle calzature e nella maglieria, gli chef de cave per lo champagne, i bottai di Hennessy — e che rappresentano un patrimonio prezioso perché i nostri marchi dipendono da loro, dalle loro capacità. Senza contare che la sfida di oggi è anche di trasferire quelle competenze alle nuove generazioni. Per questo motivo abbiamo per esempio creato You & Me, un salone per l’orientamento professionale che quest’anno ha toccato anche Napoli e Torino, pensato proprio per attrarre i giovani nei nostri centri di eccellenza. È un lavoro di lunghissimo percorso e che presenta non poche difficoltà e sul quale si gioca il nostro futuro. Ed è una sfida molto diversa da quella dell’industria».
Perché si fa fatica ad attrarre talenti?
«Non è facile avvicinare i giovani ai mestieri, convincerli che il lavoro manuale può essere il loro futuro. In un momento in cui peraltro bisogna gestire il tema dell’Ai che cerchiamo di tenere lontana dai processi creativi dei singoli mestieri. Per il gruppo è vitale valorizzare queste professionalità ed è per questo che in autunno daremo loro voce. Lavorano nell’ombra e hanno voglia di raccontare quello che fanno, le loro storie. Lo hanno chiesto gli artigiani ai loro responsabili che si sono rivolti ai ceo dei singoli marchi che hanno portato il progetto di una nuova edizione delle “Giornate particolari” all’attenzione del comitato esecutivo di Lvmh che è diventato portavoce delle loro richieste. È un evento costruito attorno alla nostra storia e quella degli artigiani. Non ha niente di commerciale».
Come si sta trasformando l’industria del lusso dopo un triennio di rallentamento?
«Siamo entrati in una fase nuova e ciò che trovo particolarmente significativo è il costante interesse per la creatività e l’artigianalità di altissima qualità, non solo da parte dei nostri clienti, ma anche del grande pubblico. Questo è perfettamente in linea con ciò che offrono le nostre 75 iconiche maison del gruppo. Pur non essendo un evento commerciale, ritengo che le Journées Particulières rappresenti un’eccellente occasione per mettere in luce la vera essenza di Lvmh e delle sue maison: una comunità di artigiani, spesso depositari di competenze tramandate da generazioni, che immaginano e realizzano prodotti eccezionali destinati a durare nel tempo».
Come fate a catturare l’interesse di consumatori più giovani?
«Le Journées Particulières hanno sempre attratto anche un pubblico più giovane, interessato a capire come nasce un prodotto che li fa sognare. In quei giorni apriremo al pubblico anche la nuova fabbrica Loro Piana a Ghemme, in provincia di Novara. Ecco, il caso dell’azienda fondata da Sergio e Pier Luigi Loro Piana è un esempio del nostro percorso».
Quali sono gli ingredienti?
«È indispensabile la collaborazione con le famiglie che hanno creato il marchio sul quale abbiamo deciso di investire. Quando Sergio — che conosceva a memoria i nomi di tutti i suoi clienti — ha deciso di aprire le porte della società ci ha chiamato dicendo: ‘so che la nostra società vi piace, possiamo incontrarci?’ È iniziata così la storia. Oggi suo fratello e la moglie sono molto vicini a noi. Maria Luisa è nel board della holding Chistian Dior, Pier Luigi lavora con grande passione sulla parte dei tessuti. La famiglia ha avuto l’intelligenza di capire che non era facile continuare da sola e che i figli, tutti intelligenti e in gamba, non potevano farsi carico dell’impegno nel farla crescere nel lungo termine. Quell’impegno lo abbiamo assunto noi. Fendi è un caso analogo».
Che cosa rappresenta l’Italia nel sistema Lvmh?
«È il nostro secondo Paese chiave dopo la Francia, il nostro secondo cuore. Condividiamo le capacità e la visione sulla manifattura e sui marchi del lusso. Sull’Italia — dove abbiamo 18 mila dipendenti — negli ultimi tempi abbiamo investito tra i 300 e i 500 milioni all’anno. Abbiamo fatto un passo avanti nell’Unione europea dell’industria, se includiamo anche la nostra presenza in altri grandi Paesi del Continente».
Dismetterete altri marchi dopo Marc Jacobs e Off-White?
«Riteniamo di poter anche individuare nuovi partner a cui affidare la gestione di Maison che non rientrano nel cuore delle nostre attività. È quanto è avvenuto per quei marchi. Tutte le nostre Maison sono oggi ben posizionate per continuare a crescere nel lungo periodo. Dior e Louis Vuitton sono straordinarie e di grandissimo successo».
Funziona sempre l’idea di costruire un colosso del lusso in una fase di mercati più incerti?
«Non c’è una ricetta che vale per tutti. La nostra idea è di lavorare con i più bei marchi al mondo con i migliori stilisti e artigiani. Poi unire le forze significa avere vantaggi sul fronte della gestione finanziaria, delle risorse umane, dei negozi, in mercati come l’Asia».
Giorgio Armani vi ha citato nel suo testamento tra i candidati per la sua azienda.
«Mio padre ha sempre avuto grande stima per lui. La nostra famiglia lo conosceva bene. Mia sorella Délphine lo incontrava per parlare del settore e dell’avvenire. Siamo onorati di essere stati menzionati nel suo testamento e vedremo quali saranno i prossimi sviluppi».
Quale è la ricetta per andare d’accordo in famiglia?
«Nostro padre ci ha insegnato a pensare ai prossimi 50 anni dell’azienda. È quello che lui fa ancora. Questa visione permette di prendere le decisioni strategiche senza doversi privare dei rendimenti. E poi ci frequentiamo, ci parliamo sempre, non solo di business. Ora anche di calcio. In particolare da quando abbiamo investito nel club Paris FC».