Un posto a bordo campo per la finale di Nba? Più di 100 mila dollari. L’ormeggio di un mega-yacht a Port Hercule nel fine settimana del gran premio di Montecarlo? Fino a 500 mila dollari al giorno. Una seduta centrale riservata per cinque anni sulle tribune di Wimbledon? Di nuovo, 500 mila dollari. L’industria dell’intrattenimento di lusso scoppia di salute.
Nel frattempo, si moltiplicano gli allarmi delle organizzazioni internazionali sullo stato di salute della crescita globale si moltiplicano. «L’economia rischia di deragliare»; «stiamo vivendo la peggior crisi energetica della storia»; «il sistema del commercio mondiale è vicino al punto di rottura», sono i timori di Fmi, Aiea, Wto, ora solo in parte attenuati dal fragile accordo fra Stati Uniti e Iran.
Come si spiega la contraddizione fra il pessimismo sull’andamento dell’economia delle autorità mondiali e il boom dei servizi di altissima gamma? Il dibattito sull’attendibilità del prodotto interno lordo come misura della ricchezza, globale e di un Paese, va avanti da decenni. Ma, a partire dalla pandemia, ha preso nuovo vigore.
Molti economisti parlano ormai da anni di una ripresa economica a forma di K dall’emergenza sanitaria del 2020: la gamba superiore della «K» rappresenta i ceti più abbienti che hanno recuperato i livelli di ricchezza pre-Covid; quella inferiore i ceti meno abbienti che hanno visto il loro potere d’acquisto eroso da inflazione e salari stagnanti.
Negli Stati Uniti, probabilmente il Paese dove questa divergenza è più evidente, la quota lavoro sul pil ha toccato il punto più basso dal 1947, ossia da che il Bureau of Labor Statistics calcola questo parametro: nel 2025 i lavoratori americani hanno ricevuto sotto forma di salari il 53,8% della ricchezza prodotta sul territorio americano. Riaccendendo la corsa dei prezzi, l’attuale crisi energetica rischia di ampliare ancora questo divario che ha come principale linea di faglia il possesso o meno di investimenti finanziari.
Nonostante la crescita economica stenti da anni in molti Paesi occidentali, infatti, le Borse stanno aggiornando un record dopo l’altro, con una corsa che sfida la gravità dei numeri di bilancio. E anche gli investimenti non quotati – private equity, private debt e simili – stanno garantendo rendimenti generosi ai pochi, facoltosi, individui che vi hanno accesso. E le crisi degli ultimi anni stanno fungendo da sistema redistributivo della ricchezza, ma verso l’alto. Se all’inizio, infatti, i sussidi approvati in pandemia hanno sostenuto i redditi delle classi meno abbienti, la spesa che ne è derivata ha alla fine alimentato un poderoso rialzo degli utili aziendali e delle Borse: l’indice Msci Global, il più rappresentativo delle azioni mondiali, ha generato un rendimento vicino al 160% dal marzo 2020.
La crisi energetica del 2022, seguita all’invasione russa dell’Ucraina, ha accelerato questo travaso di ricchezza. Secondo una ricerca di Isabella Weber, professoressa di economia alla University of Massachusetts, mentre i consumatori di tutto il mondo facevano i conti con maxi-rincari delle bollette, le compagnie petrolifere americane hanno ridistribuito circa il 50% dei mega-profitti così realizzati ai loro soci tramite dividendi e riacquisti azionari (buyback). Con una mano, insomma, pescavano dalle tasche delle famiglie impoverite dall’inflazione, con l’altra riempivano quelle dei loro investitori arricchiti dal boom di gas e petrolio. La combinazione di questi fattori sta facendo lievitare di anno in anno il numero di milionari.
Nel 2025, così, sono spuntati nel mondo due milioni di individui con un patrimonio investibile superiore al milione di dollari, portando la popolazione totale a 25,3 milioni e la loro ricchezza complessiva a quasi 100 mila miliardi di dollari, calcola Capgemini. Anche all’interno di questa categoria di “fortunati” sta emergendo un divario che, presto, potrebbe rendere alcune esperienze di lusso inaccessibili persino per i milionari. Il numero di miliardari, stima Ubs, è aumentato del 13,1% nell’ultimo anno, toccando quota 3.302 individui, oltre un terzo dei quali risiede negli Stati Uniti, il Paese dove la polarizzazione patrimoniale è più evidente.
Negli Usa, secondo le più recenti statistiche della Federal Reserve, lo 0,1% della popolazione è arrivato a detenere il 14,4% della ricchezza complessiva, mentre l’1% ne controlla quasi un terzo; al 50% più povero spetta solo il 2,7% dei patrimoni statunitensi.
In Italia la situazione è meno estrema rispetto alla patria del capitalismo, ma la Banca d’Italia ha di recente sottolineato che la diseguaglianza nella ricchezza è aumentata: il 10% più ricco delle famiglie detiene oggi il 60,6% della ricchezza netta totale, mentre la metà meno abbiente delle famiglie solo il 7,2%.
Di nuovo, a scavare il solco sono gli investimenti Borsa che, anche a causa di una scarsa educazione finanziaria e di una diffidenza culturale, in Italia sono appannaggio di poche famiglie. Per le famiglie nella metà meno abbiente, nota Bankitalia, oltre il 90% delle attività detenute è costituito da abitazioni (73,6%) e depositi (17,5%); le famiglie nelle fasce più alte presentano invece un portafoglio più diversificato, con una quota rilevante di strumenti finanziari diversi dai depositi. Questa tendenza alla polarizzazione finanziaria pare destinata ad accelerare.
Anche se forse in via di risoluzione, la guerra in Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz hanno già generato significativi rincari dei costi dell’energia che, a fronte di salari stagnanti, stanno deprimendo il potere d’acquisto di chi può contare soltanto sui redditi da lavoro. Al contrario, l’euforia da intelligenza artificiale sta gonfiando fortune senza precedenti sui mercati tanto da creare il primo trilionario della storia: Elon Musk.
Anche qui, però, il dato di insieme nasconde risultati molto diversi: mentre le big tech come Google, Amazon e Nvidia continuano a prosperare, molte aziende produttrici di beni destinati a un pubblico di massa – bibite, gelati ma anche automobili – stanno attraversando una crisi di identità. Dopo aver tentato per anni di posizionarsi sull’alto di gamma e sui relativi livelli di prezzo, stanno ora realizzando di aver tagliato fuori una porzione rilevante della base clienti: la classe media. Per recuperare volumi di vendita dovrebbero tornare indietro sui prezzi. Così facendo, però, andrebbero incontro a una riduzione dei loro margini di profitto e, quindi, a una probabile rivolta dei loro azionisti. Un rompicapo di difficile soluzione che, non a caso, sta penalizzando i titoli di Unilever, Nestlé & co in Borsa.
Se l’Ai manterrà le sue promesse, questa concentrazione di ricchezza è probabilmente destinata ad aumentare. L’automazione di molte mansioni e l’avvento dei robot intelligenti in fabbrica promette di ridurre la quantità di dipendenti necessari alle aziende per realizzare una quantità di prodotti e servizi pari o superiore all’attuale. Secondo l’analisi mensile di Challenger, Gray & Christmas, a maggio le aziende americane – la frontiera della nuova rivoluzione tecnologica - hanno annunciato 97 mila licenziamenti, il numero più alto dall’inizio della pandemia nel 2020. Nel 40% dei casi la principale motivazione citata dalle imprese per i tagli è stata l’adozione dell’Ai, una quota in costante e rapida ascesa negli ultimi mesi.
Tutto ciò avviene peraltro nel periodo di minimo potere delle rappresentanze dei lavoratori. La quota di iscritti ai sindacati negli Stati Uniti è scesa al minimo storico del 10%, in Italia è più difficile da stimare perché frutto di autodichiarazioni delle stesse organizzazioni, ma comunque in calo negli ultimi anni. I sindacati hanno quindi meno capacità di incidere sulle scelte non solo retributive delle aziende ma anche in materia di cautele e salvaguardie nell’automazione dei processi industriali, anche se il recente sciopero dei dipendenti di Hyundai contro l’arrivo dei robot in fabbrica rappresenta un primo segnale di senso contrario. All’interno della stessa forza-lavoro, peraltro, rischia di crearsi una spaccatura fra chi riesce a partecipare al boom dei profitti da Ai e chi no. Recenti esempi includono i maxi-bonus accordati da Samsung e Sk Hynix agli addetti alla produzione di chip per evitarne lo sciopero in un momento di massima domanda. I loro compensi straordinari da oltre 400 mila dollari hanno suscitato le proteste degli altri lavoratori dei due gruppi sudcoreani che lamentano una discriminazione e temono di esser esclusi dagli utili dell’intelligenza artificiale e dell’automazione. Nel frattempo, la banca centrale sudcoreana ha notato un aumento significativo delle spese con carta nei dintorni degli impianti di Samsung e Sk Hynix dove lavorano i dipendenti beneficiari dei bonus straordinari. E cosa stanno comprando? Borse, orologi e gioielli di lusso.