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Metti cinque assessori a un tavolo, non cinque qualsiasi, e subito capisci che non è un incontro di routine, ma un’idea. Intanto, assessori a che cosa: allo Sviluppo economico. Di dove: del Nord. Di quali regioni: le più importanti economicamente, quelle che da sole fanno la metà del Pil italiano. Altro tratto comune: si tratta delle regioni del Nord a statuto ordinario. Fine delle affinità totali.
Ma è proprio il tratto disomogeneo a rendere interessante la cosa: l’iniziativa è trasversale, tre partiti ed entrambi gli schieramenti. Appello completo: il leghista lombardo Guido Guidesi, il forzista piemontese Andrea Tronzano, il leghista veneto Massimo Bitonci, il leghista ligure Alessio Piana e, dal centrosinistra, il democratico emiliano Vincenzo Colla.
Il movente dell’operazione lo ha spiegato Dario Di Vico (sul Foglio): «Le cinque regioni e le filiere produttive che ospitano non hanno davanti a sé solo problemi di riorganizzazione e innovazione ma devono far fronte alla tambureggiante concorrenza cinese che mira dritto ad annullare il vantaggio competitivo del nostro capitalismo di territorio (e di nicchia)».
Il risultato è stato la creazione di una «cabina di regia», formula che da due-tre decenni serve a dare un tono a-burocratico a chi prova a farsi interprete del dinamismo che serve a questo Paese, e che anche stavolta promette di smuovere e muovere quello che va smosso e mosso. Lo fa sul piano ideologico, senza cadere nella palude dell’autonomia (che, come ha raccontato Alessandro Trocino sulla Rassegna del 2 luglio, non è ancora stata bonificata) e lo fa soprattutto sul piano operativo, con la parola chiave di sempre quando si parla di Nord, ma che come vedremo serve in negativo a capire anche certi paradossi del Sud.
La parola è manifattura e Di Vico spiega tanto l’impianto teorico quanto l’impatto produttivo di questo pentaregionalismo a fortissima spinta industriale: «Siccome nessuno è ingenuo e tantomeno i cinque assessori, è chiaro che ci troviamo di fronte a una riproposizione della questione settentrionale non in chiave meramente identitaria ma legata ai percorsi della crescita economica e della difesa della manifattura del Nord».
Si conferma insomma lo sdoppiamento della Lega, giunta finalmente al momento della verità, alla scelta tra l’estremismo salviniano e il pragmatismo dei governatori, tra remigrazione e rilancio industriale, tra inseguimento di Vannacci e rappresentanza di chi produce. Scelta forse tardiva per la salvezza del partito più ambiguo della storia italiana ma non per le necessità del cuore industriale del Paese.
Le idee sul tavolo sono molto suggestive, dai budget collettivi e non monoregionali, gestiti da un soggetto unico, alle Zone economiche speciali da estendere alle aree montane, e Confindustria applaude. Di Vico assicura che si tratta di «nordismo dolce», che la solita voglia di dialogare da macroregione a macroregione con le realtà europee di pari importanza non presuppone la voglia di lasciare indietro il Sud, e di lui c’è da fidarsi. Vedremo se il personale che anima l’iniziativa sarà all’altezza dei tempi, che richiedono uno sguardo ampio senza il quale il macroregionalismo si fa molto micro.
E qui scendiamo al Sud, con l’analisi spiazzante consegnata agli esperti dagli ultimi rapporti della Banca d'Italia sulle economie regionali. Il senso è che il Sud cresce più del resto d'Italia, avete letto bene, non c’è errore, ma non si fa in tempo a stropicciarsi gli occhi che c’è il controdato dei «salari fermi al palo» a smorzare tutto. Se lì ci sono cinque assessori, qui sono quattro studiosi di rango (Marco Leonardi, Giuseppe Migali, Leonzio Rizzo e Riccardo Secomandi) a spiegare (su lavoce.info) l’apparente paradosso che ha visto da una parte il Pil reale del Mezzogiorno crescere tra il 2019 e il 2024 del 4,4% contro il 3% del Centro-Nord, e dall’altra i redditi reali da lavoro dipendente per occupato diminuire al Sud del 7,8%, più del doppio del -3,8% del Centro-Nord. In pratica, «il Mezzogiorno è cresciuto di più, ma i lavoratori dipendenti hanno perso più potere d’acquisto».
Come è potuto succedere? La spiegazione è che «la massa salariale complessiva può aumentare perché cresce l’occupazione, anche se il salario reale medio per lavoratore diminuisce. In altri termini, lavorano più persone, ma ciascun lavoratore dipendente, in media, guadagna meno in termini reali rispetto al 2019».
Quanto alle cause, i quattro economisti ne individuano un paio. La prima è che «l’inflazione non è uguale per tutti. Le famiglie a reddito più basso spendono di più in beni primari: alimentari, energia, affitti, trasporti essenziali». Sono settori in cui negli ultimi anni i prezzi sono cresciuti parecchio, e che hanno un’importanza relativa maggiore nel bilancio familiare di chi guadagna meno. Ovvero, «nel Mezzogiorno, dove i redditi medi sono inferiori e il peso dei beni necessari è maggiore, la perdita effettiva di potere d’acquisto è stata più pesante». La seconda causa, la più importante per gli studiosi, è la struttura produttiva: «Nel Sud pesa di più il terziario: commercio, turismo, servizi alla persona, pubblica amministrazione e attività a minore produttività media. Sono comparti nei quali la contrattazione collettiva ha recuperato con più lentezza lo shock inflazionistico». E poi il settore pubblico, quello in cui i contratti hanno perso una grande fetta di potere d’acquisto, al Sud ha chiaramente un peso maggiore. Molto maggiore di quello dell’industria, in cui i contratti e la produttività sono più forti.
E qui si torna alla parola chiave di cui sopra: manifattura. Le correlazioni individuate dai quattro studiosi mostrano che «le regioni in cui i redditi reali da lavoro dipendente diminuiscono di meno sono anche quelle con una maggiore presenza manifatturiera» e dunque che «dove la manifattura pesa di più (ovvero generalmente al Centro-Nord), i redditi da lavoro dipendente hanno retto meglio».
La conclusione non può che essere in chiaroscuro: «Il dato positivo della maggiore crescita del Mezzogiorno va letto con cautela. Il Sud è cresciuto più del Centro-Nord, ma la crescita non si è tradotta in un miglioramento dei redditi reali dei lavoratori dipendenti. Anzi, la perdita di potere d’acquisto è stata più forte proprio nel Mezzogiorno. La questione centrale, quindi, non è solo quanto cresce il Pil, ma chi beneficia della crescita».
Una bella cabina di regia anche al Sud? Ironia a parte: quella fondamentale, per tutti, deve stare a Roma.