«L’uomo, Musa, dimmi dai molti volti che molto/ vagò dopo ch’ebbe predato la sacra rocca di Troia./Di molte genti vide i borghi e apprese i pensieri,/e molte pene per mare patì nell’animo suo,/cercando di sopravvivere e di riportare i compagni./ Non li salvò, tuttavia, i compagni, per quanto volesse;/ perirono della loro stessa insolenza, stupidi,/ch’avevano divorato gli armenti del Sole Iperìone./ E quello negò loro il giorno del ritorno». Come per un’improvvisa mania che si è diffusa nel mondo in un’estate rovente, testimoniata nei cinema italiani dalle file per vedere il film di Christopher Nolan, «Odissea», il poema di Omero è tornato saldamente a dettare i suoi versi nel cuore dei lettori, generando una curiosità nuova nel comprendere quanto il regista abbia rispettato e quanto tradito il capolavoro senza tempo che arriva dritto dritto da una antichità lontana nel tempo e nello spazio, ben oltre i suoi 2.600 anni di storia.
Ma prima di affrontare l’archetipo stesso del romanzo composto di esametri, che racconta il ritorno di Ulisse alla sua Itaca dopo molte e mutevoli peregrinazioni, compresi viaggi nel viaggio da cui rischia più volte di non tornare — trattenuto tra le spire della maga Circe o della ninfa Calipso — ci si può far guidare dal libro «Il più bel romanzo del mondo. L’Odissea raccontata da Nicola Gardini», una guida al «mondo in forma di libro». Classicista, docente di Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford, Gardini si dichiara fin dall’incipit innamorato dell’opera di Omero, tanto da averla letta «innumerevoli volte» nella vita «in traduzioni italiane, inglesi e francesi, vecchie e nuove, e nell’originale greco, per assaggi antologici e per intero, a scuola e all’università, in spiaggia, in metropolitana, nella pace della mia casa, a Milano o in giro per il mondo». Ma non è solo un omaggio o una dichiarazione questa «guida». Piuttosto è una lettura, con ampi stralci tradotti dall’autore, che coglie l’occasione della scrittura per riprendere ancora una volta in mano la vita di Ulisse e restituirla al lettore sotto forma di risposta.
Per esempio: si dice Odisseo o Ulisse? «Si tratta dello stesso nome — avverte Gardini —. Io in genere, quando parlo di Odissea in contesti accademici, chiamo Odisseo il protagonista, perché così lo chiama Omero. Qui, tuttavia, poiché non parlerò da grecista o da professore, ma, appunto, da lettore, preferisco chiamarlo Ulisse, perché il mondo intero dice Ulisse, compresi gli scrittori in lingue volgari che ne sono stati ispirati e lo hanno ripreso nelle loro opere, poeti e narratori, da Dante in giù». Prendono così vita dalla lunga frequentazione di Gardini con Ulisse e i suoi viaggi, ventiquattro capitoli, come ventiquattro sono i canti dell’Odissea. E sono un’avventura nell’avventura. Perché restituiscono il ritmo dell’epica ma con le pause tipiche del professore che negli snodi più delicati o densi sembra fermarsi per chiedere ai suoi allievi: tutto chiaro? Si inizia senza Ulisse, perché così inizia l’originale, con l’assenza dell’eroe e con l’occhio di bue che si accende sul figlio Telemaco, per il quale «non è più tempo per gli indugi, la fanciullezza è finita». Dovrà partire anche lui per la sua personale Odissea, scandita da una ricerca per mare, ma anche da una più profonda disamina di sé e della sua forza di fronte ai proci, i pretendenti della madre Penelope che occupano Itaca con l’avallo della sacralità dell’ospite, da quando il padre se n’è andato.
Bisogna aspettare pagina 52, come nell’Odissea bisogna aspettare quattro canti — la cosiddetta Telemachia — prima che compaia l’eroe, Ulisse. E con esso Calipso, che lo tiene con sé da sette anni e viene presentata mentre «tesse e canta». Gardini la paragona alla Silvia di Leopardi, colei che gli ispirò, anche lei restituita mentre canta osservata dal poeta, i versi: «Sonavan le quiete/ Stanze, e le vie dintorno,/ Al tuo perpetuo canto,/ Allor che all’opre femminili intenta/ Sedevi (...)». Dunque, ignara, Calipso canta. Tocca a Ermes, messaggero degli dèi, comunicarle l’orrenda notizia: Ulisse deve tornare a Itaca, perché così ha deciso Zeus. La sua reazione è l’archetipo delle donne ferite: piange e attacca, si dispera e recrimina, combattendo come una leonessa di fronte a un Ulisse che già non l’ascolta più. «Nella risposta di Ulisse — scrive Gardini — troviamo un manifesto di domesticità. L’uomo è la sua casa. E questo neppure gli dèi possono impedirlo». Dopo Calipso a Ulisse tocca l’incontro con Nausicaa, la figlia del re dei Feaci che, sola tra le ancelle, non ha paura di incontrare l’eroe, grazie al coraggio infuso da Atena. E dai Feaci Ulisse piange: «Omero — osserva Gardini — non si limita a dire che l’uomo piange di commozione. Ci dice che si tira il mantello sulla testa, se lo cala sul volto (...), dissimula la sua sofferenza. La poesia vale come realtà». Ed è sospinto da ciò che Ulisse racconta: siamo al nono capitolo (e IX canto) ed entrano in scena i Ciconi, i Lotofagi e i Ciclopi. O meglio: Polifemo, il «mostro» che l’eroe sconfigge con l’astuzia, ingannandolo e accecandolo.
C’è tempo anche per Circe, che, con Calipso, è una delle due figure femminili che lo allontanano dal talamo dove Penelope lo aspetta da dieci anni. Anche lei «canta e tesse» e l’autore ne dà una lettura interessante: «Queste due donne di origine divina — scrive — svolgono la stessa funzione: dapprima cercano di impedire il viaggio di Ulisse; poi, lo permettono e addirittura lo agevolano. Inoltre entrambe, unendosi a lui, servono a ricordarci che la virilità di Ulisse è integra. (...) nel letto di Calipso e in quello di Circe Ulisse riprende pieno possesso della sua energia vitale». Prima di arrivare all’amata Itaca c’è ancora molto da penare. Perfino la discesa all’Ade, dove Agamennone deve raccontare a Ulisse la sua verità, con toni da tragedia shakesperiana. In cui, per dirla con l’autore, «vergogna, disperazione, misoginia, amore paterno, solidarietà cameratesca si confondono in un solo tormentoso sentimento». Tutto è epica nel libro di Gardini che rivolge continuamente lo sguardo a un classico porgendo al lettore di oggi una mano. Prendiamola. Poi sarà più facile abbeverarsi alla fonte millenaria di Omero.
È in vendita in edicola insieme al «Corriere della Sera» per un mese il libro di Nicola Gardini «Il più bel romanzo del mondo. L’Odissea raccontata da Nicola Gardini» al prezzo di 12,90 euro (più il costo del quotidiano). Il volume è uscito per Garzanti nel 2025 e ora viene riproposto dal «Corriere» in collaborazione con la casa editrice. Classicista, Gardini insegna Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford. È scrittore, poeta, traduttore e pittore. Con il romanzo «Le parole perdute di Amelia Lynd »(Feltrinelli, 2010) ha vinto il premio Viareggio-Rèpaci 2012. Una sua raccolta di poesie è «Istruzioni per dipingere» (Garzanti, 2018). Ha curato edizioni di classici antichi e moderni. Per Garzanti ha pubblicato il bestseller «Viva il latino» (2016), oltre a «Con Ovidio» (2017), «Le 10 parole latine che raccontano il nostro mondo» (2018), «Rinascere» (2019), «Il libro è quella cosa» (2020), «Viva il greco» (2021), «Nicolas» (2022), «Studiare per amore» (2024). Per Ponte alle Grazie ha tradotto una raccolta di poesie erotiche dall’antichità classica («Voglio fare l’amore con te», 2025). Il suo romanzo più recente, «Dandy», è uscito nel 2026 per Mondadori.
15 agosto 2026, 12:29 - Aggiornata il 15 agosto 2026 , 12:42