Non fu una relazione semplice quella tra Alcide De Gasperi e gli Stati Uniti. Perché semplice non era, né poteva essere, la transizione dalla guerra al dopoguerra, dal fascismo alla democrazia. E perché il contesto internazionale mutò rapidamente, la grande alleanza antifascista della Seconda guerra mondiale implose e l’Europa, Italia inclusa, si ritrovò entro un peculiare sistema bipolare dove l’antagonismo geopolitico e ideologico tra le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, era assoluto, ma una sua risoluzione militare non contemplabile. Una «guerra fredda», come furono definiti l’ordine internazionale del dopoguerra e la competizione tra Stati Uniti e Urss, con una metafora contraddittoria e nondimeno evocativa.
Sia De Gasperi sia i suoi interlocutori statunitensi maturarono gradualmente la piena consapevolezza di come questa guerra fredda avrebbe condizionato i rapporti tra Italia e Stati Uniti. Di quali possibilità avrebbe offerto; di quali costrizioni avrebbe imposto.
Non erano — De Gasperi e la Democrazia cristiana — gli interlocutori ideali auspicati da Washington alla fine del conflitto. Forze laiche, come i repubblicani e più tardi i socialdemocratici, sembravano meglio incarnare una cultura politica liberale e occidentale maggiormente ricettiva ai progetti statunitensi per la modernizzazione e la democratizzazione dell’Italia. Forte, a Washington, era il timore che per il tramite della Dc la Santa Sede potesse condizionare la politica italiana.
Alle diffidenze statunitensi si aggiungevano quelle di De Gasperi e di tanta parte della Dc nei confronti degli Usa. Verso un modello di modernità spesso giudicato grettamente materialista. Verso una progressiva divisione dell’Europa che rischiava di produrre un ordine militarizzato e una pace assai precaria. Verso un’amministrazione statunitense che non derogava alla linea secondo la quale l’Italia era un Paese sconfitto e come tale dovesse essere trattato, a partire dai termini assai punitivi della pace che le fu imposta. Diffidenze, queste, a cui contribuiva anche la difficoltà di comprendere la portata del cambiamento prodotto dalla guerra. Ancora nel luglio del 1947, con il Piano Marshall annunciato e la guerra fredda ormai avviata, De Gasperi continuava ad auspicare che l’Italia, «popolo di frontiera», potesse costituire un «ponte di conciliazione tra le due civiltà» che ormai si fronteggiavano.
A queste diffidenze si contrappose però la maturazione di una reciproca consapevolezza. Che solo gli Usa potessero offrire aiuti economici e protezione militare, nel caso di De Gasperi. Che De Gasperi costituisse l’interlocutore politico più credibile e capace, in quello degli Stati Uniti. Dello statista trentino s’imparò ad apprezzare la capacità di operare come figura di sintesi in un partito articolato ed eterogeneo come la Democrazia cristiana e, ancor più, la disponibilità a costruire coalizioni governative ampie che, come chiesto dagli Usa, includevano i partiti laici. La diplomazia statunitense iniziò a descrivere De Gasperi come uomo di Stato e delle istituzioni più che come leader di partito. De Gasperi — con la curiosità intellettuale che lo contraddistingueva — iniziò a osservare con meno pregiudizi gli Usa e la loro democrazia. Salutando gli aiuti americani distribuiti in varie città italiane attraverso i «treni dell’amicizia», a inizio 1948, ricordò il suo viaggio a New York, un anno prima, e la scoperta di una piccola chiesetta a Wall Street: in mezzo a «grattacieli alti come le pareti delle nostre Dolomiti», scrisse, «questo spazio angusto è salvato ed ha resistito alla speculazione … esistono anche nella civiltà americana gli elementi idealistici dei fondatori che contrastano e contengono il materialismo della vita economica» .
Il Piano Marshall e il Patto Atlantico costituirono i due passaggi nodali. Le origini di un processo di profonda integrazione euro-americana che avrebbe creato uno spazio securitario ed economico ancor oggi unico. Gli aiuti economici statunitensi aiutarono una ricostruzione economica che, in Italia e in Europa, stava avvenendo in forma accelerata e inattesa, ma rischiava di essere frenata dalla carenza di valuta forte, dollari, con cui acquistare materie prime e tecnologia. Il Patto Atlantico estendeva la protezione militare statunitense a numerosi Paesi dell'Europa occidentale fornendo quella cornice di sicurezza indispensabile al consolidamento delle loro democrazie. L’Italia vi fu inclusa nonostante le perplessità del presidente Harry S. Truman e di molti influenti senatori. Decisive risultarono le pressioni della Francia, che voleva spostare a sud il baricentro della costituenda alleanza, e soprattutto il timore statunitense di indebolire De Gasperi.
Alla fine del 1949 si chiudeva quella che lo storico Guido Formigoni ha definito una «doppia fase costituente» per l’Italia. Quella repubblicana e costituzionale da un lato; e quella atlantica e occidentale dall’altro. Due ordini costituenti, questi, non necessariamente antitetici, ma nemmeno automaticamente complementari. De Gasperi aveva svolto un ruolo decisivo nell’edificazione di entrambi. Da Washington però si iniziarono ben presto a muovere critiche forti all’operato dei governi italiani. Troppo conservatori in materia di politica economica, indisponibili a promuovere le riforme ritenute indispensabili alla modernizzazione del Paese e ad accogliere le richieste di apertura e liberalizzazione. E insufficientemente atlantici sul terreno della sicurezza, come evidenziato dalla riluttanza ad accrescere la spesa militare, a contribuire alla difesa comune e, anche, a promuovere una più aggressiva azione contro il Partito comunista.
Dopo lo scoppio della Guerra di Corea, nel giugno del 1950, e ancor più con l’elezione di Dwight D. Eisenhower nel 1952 e la nomina di Clare Boothe Luce ad ambasciatrice a Roma, le pressioni americane si fecero più intense. Come le richieste di mettere fuori legge il Pci o di spostare a destra l’asse di governo, includendo i monarchici e accantonando la pregiudiziale antifascista.
De Gasperi vi si oppose risolutamente. Criticò il bellicismo dei «fanciulloni» americani; rivendicò il ruolo che un’Europa «più matura ed esperta» avrebbe potuto svolgere, abbracciando un europeismo nel quale si trovava più a suo agio rispetto all’atlantismo; denunciò il «maccartismo internazionale»; sottolineò, in un incontro con i senatori statunitensi, come «in Italia la democrazia fosse una pianta giovane e delicata» e non fosse «possibile uscire dalla costituzione nel tentativo di sopprimere i comunisti senza rischiare la distruzione della democrazia». Svolse, in altre parole, un ruolo fondamentale non solo nella costruzione di questi due ordini costituenti, ma anche nel preservarne la coesistenza, evitando che la lealtà all’uno potesse prevalere su quella all’altro, e che le logiche della guerra fredda minassero le imprescindibili fondamenta del patto costituzionale repubblicano.
17 agosto 2026, 11:50 - Aggiornata il 17 agosto 2026 , 11:54