I serbi la chiamano inat. Descrive un intraducibile misto di testardaggine e orgoglio. «È un concetto culturale profondamente radicato nell’anima balcanica» spiega al Corriere della Sera l’uomo dei 24 titoli Slam, più tutto il resto (incluso quell’oro olimpico in singolare che a Roger Federer, epitome della bellezza e della perfezione, manca), in collegamento da New York: «Da noi, vede, ribellarsi a un’ingiustizia o a un’imposizione scatena inevitabilmente l’inat».
A Novak Djokovic scorre nelle vene insieme al sangue. Il lupo d’inverno, il docu-film che da giovedì sarà disponibile su Prime Video in esclusiva in 240 Paesi, grazie al privilegio dell’accesso dietro le quinte del migliore ce li ricorda uno ad uno, quei motivi. Il folle tasso d’interesse preteso dagli usurai da Srdjan Djokovic quando il capofamiglia decise di puntare tutto sul figlio maggiore, ex sciatore eccezionalmente portato per il tennis, proprio come Jannik Sinner. I bombardamenti della Nato su Belgrado, durati 78 giorni, durante la guerra del Kosovo. L’etichetta di cattivo affibbiatagli dall’ufficio stampa degli Dei del tennis, quando l’intruso cominciò ad intromettersi nel patto d’acciaio tra i duellanti con il pedigree, Roger Federer e Rafael Nadal, a quota 12 e 3 Major quando lui, il brutto anatroccolo, si affacciava per la prima volta sui possedimenti altrui. E infine le personalissime posizioni su spiritualità, vita immateriale e vaccini, culminate con la clamorosa sconfitta del libero arbitrio — il kappaò più severo mai incassato dal Djoker —, con il fermo a Melbourne nel gennaio 2022 e l’espulsione dall’Australia.
C’è tutto, nel film. Ogni topos della narrazione djokoviciana è esplorato con la sentita partecipazione della moglie Jelena, degli amici, dei parenti e degli storici avversari. Si completa, così, il rebranding del fuoriclasse capace di forzare il binomio più saldo dello sport fino a trasformarlo in un marchio di nuovo conio, i Big Three, 66 Slam in tre nell’arco di quattro lustri: il forziere d’oro che Sinner sta provando ad espugnare.
Novak, quale momento della sua incredibile esistenza ha forgiato maggiormente la sua inat?
«È impossibile distinguere le fasi della mia crescita e della mia formazione di uomo: ogni secondo che ho vissuto è autentico e fa parte del mio percorso. Chi sono, il mio carattere, i miei valori: tutto discende da lì. E mi ha plasmato anche come giocatore di tennis: mi sono sempre sentito un guerriero, uno che non è mai stato autorizzato ad arrendersi. Perseveranza e resilienza sono un regalo del passato e della storia che ho attraversato. Ma anche la mia forza fisica origina da lontano: mi è servita, sin da bambino, per affrontare circostanze che hanno messo in difficoltà anche gli adulti che mi circondavano».
Si sforzi, però. Ne scelga uno.
«Se proprio devo, allora dico l’infanzia. Tutto ciò che ci succede nei primi anni della nostra vita lascia in noi un’impronta profonda. Nei primi 15 anni gettiamo le fondamenta dell’edificio che porta il nostro nome: in seguito ci si può lavorare sopra, ma ormai il cemento si è solidificato. Poi non si smette mai di crescere, certo, ma nell’arco di quei primi anni io avevo già sperimentato la guerra, l’orrore delle bombe che cadono dal cielo, le notti nei rifugi con la mia famiglia e la mia gente, l’ansia che quegli aerei potessero tornare a volare sopra Belgrado e a portare la morte nel mio popolo».
L’ingiustizia della guerra, inflitta a un bambino di 12 anni, le ha dato anche un bagaglio di rabbia da gestire? In fondo, se incanalata in modo costruttivo e non distruttivo, la rabbia è forza.
«Forse, ma oggi non guardo più al mio passato con alcun tipo di risentimento o di emozione negativa. Al contrario, vedo quel periodo come essenziale elemento di chi sono diventato: il blocco su cui mi sono costruito. Qualcosa di necessario per la mia evoluzione e quella della mia famiglia. Tornando indietro, non cambierei nulla: la guerra era l’ingrediente che ci voleva perché io potessi arrivare ad avere la vita bellissima che conduco. Sarò eternamente grato all’esistenza per come mi ha forgiato e a Dio per tutto ciò che ho avuto. Da bambino non era lontanamente immaginabile, nemmeno esercitando tutto il mio potere creativo».
Cosa sognava quel bambino sul fondo della piscina vuota di Belgrado, mentre si allenava a colpire la palla sbagliando il meno possibile?
«Quello che sognano tutti i bambini che giocano a tennis: vincere Wimbledon e diventare numero uno del mondo. Ogni sogno raggiunto mi ha autorizzato a sognarne uno nuovo, ancora più bello e più grande. E così, un passo dopo l’altro, sono arrivato ad ottenere tutto ciò che volevo da questo sport».
Uno dei passaggi più teneri del film è il momento in cui porta la coppa del primo Wimbledon a Jelena Gencic, la maestra di tennis che per prima credette nel suo talento. Era il 2011.
«Ecco, adesso mi commuovo come ogni volta che parlo di lei…».
Jelena come sua moglie, Novak. Ha notato? Non è un caso.
«Nulla lo è».
Perché quel momento con la persona che si immaginò per lei un futuro radioso in tempi difficili è così significativo?
«Jelena se n’è andata nel 2013: era una persona incredibile, siamo stati vicinissimi. I miei genitori mi hanno messo nelle sue mani quando ero un bambino piccolo, sensibile e molto plasmabile: si sono fidati che Jelena mi formasse come essere umano, prima che come tennista. Ho speso ore incalcolabili con lei in campo e a casa sua, a guardare videocassette in bianco e nero di vecchi match. L’influenza di Jelena su di me è stata enorme: mi ha insegnato ad apprezzare la musica classica, a fare visualizzazioni, a respirare in modo che non sia solo un atto meccanico. Tutto ciò a un’età, 9-10 anni, in cui tutto quello che ti insegnano ti rimane appicciato addosso. È da quei valori, insieme a quelli che mi hanno trasmesso mia madre e mio padre, che è partito tutto. Jelena è stata più di un’allenatrice: è stata la mia guida spirituale a un approccio multidisciplinare e multi-olistico alla vita, che non avrei più dimenticato».
Multi-olistico?
«Sì. Sono fermamente convinto che ogni cosa che faccio impatti la mia performance: come mangio, come dormo, come respiro, come penso. Come mi porto in giro per il mondo, insomma. Senza Jelena Gencic non sarei Novak Djokovic. Ecco perché andarla a trovare a casa sua, a Belgrado, con la prima coppa di Wimbledon è stato uno dei momenti più belli e preziosi di tutta la mia carriera. La ringrazio di averla nominata».
Se potesse tornare indietro e incontrare il giovane e impaurito Novak con la sapienza di oggi, che consiglio gli darebbe che gli sarebbe stato utile all’epoca?
«Gli direi di non rinunciare mai ai sogni, anche quando gli ostacoli sembrano enormi e le circostanze sono avverse. C’è sempre un modo, una via. E c’è sempre una persona, al mondo, disposta ad aiutarti a nutrire quei sogni: va solo trovata. Gli spiegherei che la disciplina è alla base di qualsiasi successo. Che costruire una routine di abitudini sane lo porterà a qualsiasi risultato il giovane Novak avesse voluto ottenere. E gli imporrei di avere pazienza: quando si è giovani si vuole tutto, e subito; invece è vivere nel presente, qui e ora, la chiave per un’esistenza consapevole».
Forse il piccolo Novak, sia pure inconsciamente, sapeva già tutto.
«Quel che non sapevo è che senza evoluzione, non c’è crescita. Mi spiego. La stagnazione non esiste nel mio modo di vedere: se non progredisci, regredisci. Non c’è alternativa. Quindi non si può mai fare conto solo sui talenti che abbiamo coltivato fino a quel momento. Quei talenti non bastano: vanno affinati. E ne vanno trovati e fatti fiorire altri. Ieri è passato, non conta più. Contano oggi e quello che puoi costruire domani».
«Il lupo d’inverno» finisce con la vittoria in cinque set a Melbourne su Sinner, lo scorso gennaio. Noi giornalisti scriviamo che Jannik è cresciuto a sua immagine e somiglianza ma lei, Novak, si rivede in Jannik?
«I punti di contatto non mancano, pur essendo ogni essere umano unico e speciale. Entrambi veniamo dalle montagne, lui dell’Alto Adige e io della Serbia. Avevamo scelto lo sci come sport, abbiamo lasciato casa a 13 anni, siamo stati costretti a diventare uomini in fretta, lontano dalla famiglia e dagli affetti. Non c’è alcun dubbio che lo sci ci abbia dato l’elasticità, i movimenti, la capacità di scivolare su ogni superficie: la flessibilità delle caviglie origina dalla neve tanto quanto l’equilibrio e la coordinazione tra arti superiori e inferiori. E non sto a entrare in dettagli più tecnici sul tipo di tennis che io e Jannik giochiamo: le similitudini abbondano anche lì. Quindi, per risponderle in breve: sì, mi rivedo in Sinner».
Jannik è ossessionato dal risultato quanto lei.
«Non parlerei di ossessione ma di dedizione, costante e totale, al tennis. Osservo la sua e mi ci ritrovo completamente: la voglia di migliorarsi, crescere, evolversi sotto ogni punto di vista. Jannik, come me, non si accontenta mai. Ha la mentalità del campione, l’ha sempre avuta. È una forza dominante, eppure si sveglia ogni mattina con il desiderio di essere migliore del giorno precedente. E, mi creda, non c’è vittoria che possa appagare quella fame, nemmeno 24 titoli Slam. Al di là del tennis, è l’aspetto del carattere che più mi avvicina a Sinner. Il tennis è uno sport individuale: non esistono sostituzioni, non puoi fermarti cinque minuti a bordo campo mentre il gioco procede, non ci sono compagni che possono aiutarti. Sei solo con te stesso. Se hai un giorno no, sei fuori. Il tennis è spietato, brutale. Ogni tanto mi dicono: Nole, sei come Leo Messi… Magari! A 39 anni mi piacerebbe giocare soltanto 90 minuti».
Tutto, nella vita, deve essere al servizio della performance: è uno dei suoi mantra nel film.
«Ci credo moltissimo. Se vuoi essere il migliore, non ci sono alternative».
Allora perché, quando prima Riccardo Piatti e poi Darren Cahill l’hanno avvicinata per avere consigli su come far migliorare il giovane Jannik, è stato così generoso? Sapeva che sarebbe stato battuto da Sinner, prima o poi.
«Le risponderò così: perché no? In quel momento non potevo non essere fedele a me stesso, non importa quale posta ci fosse in palio. Questo sono io».
18 ago 2026 | 07:17