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Cobolli e la giornata no a Wimbledon: gioco passivo-aggressivo, le liti con il padre. «Non sono stato umile»

Cobolli e la giornata no a Wimbledon: gioco passivo-aggressivo, le liti con il padre. «Non sono stato umile»

«Non sono stato abbastanza umile». L’ammissione filtra a stento da sotto la visiera del cappellino: Flavio Cobolli ha appena buttato via l’occasione della vita e adesso vorrebbe sparire in vacanza con la fidanzata Matilde («Due giorni via per dimenticare tutto e resettare»), invece gli tocca il fuoco di fila delle domande di chi ha assistito al suo suicidio sportivo sul centrale di Wimbledon, impegnato più nella sfida a distanza con il padre Stefano che nel match con Arthur Fery, un inglese nato in Francia che fino a un mese fa giocava qualificazioni e challenger.

Chissà quando ricapiterà a Flavio, n.9 dopo la finale al Roland Garros, un incrocio nei quarti di Church Road con il 115° giocatore della classifica Atp (n.36 da lunedì). Eppure, per un pomeriggio davanti alla sua regina (acquisita), Arthur da Sevres, Francia, figlio di un’ex giocatrice e di un businessman trasferiti a Wimbledon a un passo dal club quando lui aveva un mese di vita, passaporto britannico per qualità tennistiche, pare irresistibile al cospetto del secondo miglior talento d’Italia, chiamato a spingersi oltre le colonne d’Ercole dei quarti. Le premesse perché fosse un’altra dimostrazione di forza cobolliana, c’erano tutte. E invece il tennis passivo-aggressivo di Flavio, sostenuto in tribuna dall’angelo custode Edoardo Bove, si schianta contro i litigi freudiani con il padre-coach, mentre Fery è libero di lasciare andare un braccio velocissimo e volitivo, così ispirato da assicurargli in tre set (6-4, 7-6, 6-0) la semifinale di Wimbledon con Zverev. Quella meno nobile (l’altra è Sinner-Djokovic).

Cobolli non è Cobolli. «Ho sentito la pressione del favorito e ho finito per giocare proprio come voleva lui — spiega abbacchiato —. Il mio inconscio mi dice che sono forte e invece in campo mi ritrovo a combattere con i miei mostri». Permette all’avversario di imporgli il ritmo e da quella gabbia di palleggi da fondo, spezzati da qualche palla corta e da una percentuale di prime da top player (78% di punti), non riesce più ad uscire. È una giornata rovente, in Church Road. L’erba è sempre più secca, spelacchiata e lenta. Fery disegna indisturbato le sue geometrie, annulla una palla break al settimo game e poi torna al comando dello scambio, salendo — galvanizzato dai boati del campo centrale e dal tifo di Camilla nel Royal Box — a un livello che, fin qui, non gli era mai appartenuto. La palla break che un Cobolli sempre più vacillante al servizio (60% di prime in campo nel match) offre al rivale sul 5-4 è anche un set point: Flavio si difende con la seconda ma il suo dritto in uscita dal servizio è lungo. Inghilterra-Italia 6-4.

A Fery non par vero. L’energia del centrale, il sole di Londra, l’erba che gli accarezza le suole: Arturo, con braccio felice, spazzola ogni filo d’erba. Il secondo set, al quale Flavio si aggrappa con orgoglio, è una vicenda che solo il tie break può dirimere. E lì, alla maniera di Jannik quando entra in zona-Sinner, Fery alza ulteriormente il livello, producendo solo colpi vincenti. Ace, combo servizio-dritto, più una caterva di errori cobolliani inediti, gravi e dolorosissimi. 7-4 (7-6).

Sotto due set a zero, Cobolli si inabissa. Discute ancora con il padre, che lo incita a stare nella lotta. «Quando sono frustrato, me la prendo con lui: la verità è che mi sono sentito solo». In campo ormai c’è un solo giocatore, Arthur Fery: il 6-0 del terzo set è impietoso ma realistico. Flavio non ci crede più, forse non ci ha mai creduto. «Qualcosa di sbagliato c’è stato...». Un vero peccato. Lo splendore nell’erba, uscita anche Jasmine Paolini travolta dall’ucraina Kostyuk, resta nelle mani dell’uomo della provvidenza. Jannik Sinner, who else?

9 lug 2026 | 07:13

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