L’assemblea di Delfin della scorsa settimana ha fatto ripartire da zero il cantiere del riassetto, dopo i tentativi di Leonardo Maria Del Vecchio di salire nel capitale e la proposta di Rocco Basilico di liquidare le quote in Mps, Generali e Unicredit per fornire alla cassaforte i mezzi necessari per liquidare i soci che vogliono uscire. Ma è chiaro che sotto traccia le mosse degli otto azionisti – Claudio, Marisa, Paola, Leonardo Maria, Luca e Clemente Del Vecchio, Rocco Basilico e Nicoletta Zampillo – proseguono per superare lo stallo. Consapevoli della necessità di rivedere assetti e governance per la holding che ha il 32,4% di EssilorLuxottica per un valore totale degli asset di circa 42 miliardi a prezzi di mercato.
Il segnale che tutto potrebbe ripartire, pur senza più la scadenza e l’assillo di un bilancio da approvare nell’immediato, è arrivato la scorsa settimana, quando il Tribunale del Lussemburgo ha definito il valore al quale Basilico può trasferire lo 0,4% del suo 12,5% del capitale di Delfin a una società personale, come aveva richiesto a dicembre. I giudici del Granducato hanno fissato il prezzo a 149 milioni. Assegnando quindi a tutta la holding una valutazione di 47 miliardi alla quale però hanno applicato uno sconto del 30%. Su quello 0,4% alcuni soci eredi avevano già esercitato la prelazione. A partire da Leonardo Maria che pur aveva contestato la legittimità dell’intero 12,5% di Basilico. La prelazione era stata esercitata anche da Marisa, Claudio e Clemente, ma solo su una porzione di quello 0,4%. Gli stessi Leonardo Maria, Luca, Clemente, oltre a Paola e Luca hanno richiesto il trasferimento delle loro quote a veicoli di proprietà per renderne più flessibile la gestione.
La sintesi è che, dopo lo stop, la partita ricomincia. Ma una soluzione andrà trovata. Ed è possibile che qualche cambiamento avvenga anche nella governance. I soci riuniti in assemblea hanno indicato l’avvocata Lara Forte e il commercialista Fabio Scoyni nel ruolo di commissari: una sorta di collegio sindacale che li rappresenti e possa accedere al lavoro del consiglio di Delfin, dal quale sono esclusi. I due osservatori risponderanno alle stesse regole del board che, avendo partecipazioni in società quotate non può condividere con i soci informazioni su operazioni in corso o future. Non riceveranno compensi e non potranno incidere sulla gestione. Potrebbero però aiutare a ristabilire un rapporto di trasparenza e fiducia tra cda e azionisti, indispensabile nei prossimi mesi, secondo la visione del fondatore. In questo contesto è possibile che il board di Delfin possa iniziare a confrontarsi con i soci per impostare un percorso, anche nella governance per trovare stabilità, tenendo in considerazione anche la strada tentata da Leonardo Maria di razionalizzare l’azionariato.
Chi ha parlato in questi giorni con il presidente di Delfin Francesco Milleri racconta di alcune riflessioni in corso. La holding oggi è un gioiello finanziario del Paese, tra le realtà più performanti a livello internazionale. Una società con un patrimonio tra i 40 e i 50 miliardi di euro, a seconda dei corsi azionari, e con un bilancio record per il 2025 che chiude con un utile di 1,5 miliardi di euro, per lo più alimentato da 1,2 miliardi di dividendi incassati dalle partecipate nel 2025.
Le stime per il 2026 danno dividendi e utili in crescita verso nuovi record. Il portafoglio finanziario è solido, è cresciuto di oltre 10 miliardi dalla scomparsa del fondatore ai valori attuali, e oggi già proietta benefici per l’intera famiglia. Volendo, la famiglia, con sei soci su otto, potrebbe rendere immediatamente liquida parte di questa ricchezza approvando un dividendo straordinario fino al 100%. Si tratterebbe di quasi 200 milioni a testa in un solo anno, senza intaccare l’operatività della holding. Ma si possono anche ipotizzare altre operazioni come un buyback progressivo delle partecipazioni in capo ai soci, visto che ha holding avrebbe circa 7 miliardi di riserve. Poi ci sono le partecipazioni finanziarie che valgono tra i 10 e i 15 miliardi.
Secondo gli analisti, Delfin è in grado di partecipare a premio a operazioni finanziarie in corso o future, dando sostegno al Paese, oltre che ai suoi ritorni finanziari, ma per farlo con efficacia, la credibilità di un investitore serio di lungo periodo che Delfin ha avuto negli anni è fondamentale.
Poi c’è Essilux che pesa per il 75% del valore della holding. Oggi la società è sottovalutata e ha sofferto il rincorrersi delle voci. Ha perso in pochi mesi la metà del valore dell’azione, lasciando sul terreno 70 miliardi di capitalizzazione, ovvero 20 miliardi per la famiglia Del Vecchio. Gli investitori (e i dipendenti all’interno dell’azienda) non amano l’incertezza, mentre l’azienda con la corsa dei wearable, gli accordi portanti con Meta e Applied Materials, le ambizioni nel med-tech, ha un potenziale sui mercati che la proietta verso un ruolo strategico nel contesto industriale globale. I target price degli analisti ancora si concentrano tra i 250 e i 300 euro, segno della fiducia che il mercato ripone. Cercare l’intesa, potrebbe portare parte di quei 20 miliardi di nuovo nelle tasche degli eredi, fino a un paio di miliardi ciascuno.
9 lug 2026 | 08:29