Economia

Debito pubblico a quota 3.150 miliardi, come 19 torri di monetine alte fino alla luna: i rischi e le strade per ridurlo

Debito pubblico a quota 3.150 miliardi, come 19 torri di monetine alte fino alla luna: i rischi e le strade per ridurlo

Il convento è povero, ma i frati sono ricchi. A questa metafora si ricorre spesso per illustrare la situazione italiana: uno stato molto indebitato, ma famiglie ricche. Ma cosa è esattamente il debito pubblico? Come si è formato? Che rischi comporta avere un alto debito? E come si può ridurlo senza mettere una patrimoniale sui frati?

Per rispondere chiariamo la differenza tra deficit e debito pubblico. Il deficit è quello che lo stato spende, per pensioni, sanità, giustizia, eccetera, meno quello che lo stato incassa dalle tasse. Se lo stato spende 100 e incassa 90, il deficit è 10. L’eccesso deve essere finanziato aumentando il debito, come avverrebbe per una famiglia che spende più del suo reddito. Per una famiglia però, non è facile indebitarsi. Per lo stato lo è: l’ultima volta che abbiamo pareggiato il bilancio era il 1925. Poi sempre deficit. Il debito pubblico è la somma cumulata di tutti i deficit del passato. Insomma, il deficit è il fiume che alimenta il lago del debito. Questo lago è costituito soprattutto da titoli di stato comprati da banche, compagnie di assicurazioni, fondi vari, famiglie, insomma residenti italiani ed esteri.

Il debito pubblico è ora intorno a 3.150 miliardi. Sono tanti. Mettendo una sopra all’altra 3.150 miliardi di monete da 1 euro si costruirebbero 19 torri alte da qui alla luna! Gli economisti però misurano il debito non in termini di torri, ma di rapporto rispetto al Pil, il prodotto interno lordo, che è anche il reddito di un Paese. Il motivo è che il reddito, o cose collegate al reddito come i consumi, costituiscono la base imponibile della maggior parte delle tasse. Quindi più alto è il Pil più alte sono, potenzialmente, le tasse che potrebbero essere raccolte per ripagare il debito: un Paese che ha un Pil più alto può quindi sostenere un debito più alto.

Il rapporto tra debito pubblico e Pil era a fine 2025 del 137%, un livello superato solo dopo la Prima guerra mondiale e, brevemente, con la crisi Covid (per il crollo del Pil nel 2020). Come siamo arrivati a questo livello? Nel secondo dopoguerra il rapporto tra debito e Pil era basso perché il Pil era stato gonfiato dall’inflazione postbellica. Il rapporto resta basso (30%-35%) fino a inizio anni ‘70. Poi cresce per effetto di deficit elevati: per favorire la pace sociale (il clima era arroventato; ricordate le BR?), la spesa pubblica veniva aumentata senza un pari aumento delle tasse. A fine anni ’70 il debito era salito al 58%. L’aumento sarebbe stato maggiore se la Banca d’Italia non avesse finanziato lo stato a tassi di interesse bassi stampando lire. Questo però aveva alimentato l’inflazione, il che non piaceva a nessuno. Dopo la decisione di inizio anni ’80 di ridurre il finanziamento monetario del deficit, come necessario per frenare l’inflazione, il peso degli interessi sul debito era cresciuto e il rapporto tra debito e Pil era aumentato rapidamente. Nel 1994, all’inizio della seconda repubblica, il debito era salito al 120% del Pil. Poi il debito scende visto lo sforzo per entrare nell’euro, ma nel 2007, alla vigilia della crisi economica globale, è ancora al 105% del Pil. Ci pensano le crisi economiche (Lehman Brothers nel 2008-09, crisi del debito sovrano europeo del 2011-12, crisi Covid del 2020) a dargli un’ulteriore spinta al rialzo.

Che rischi comporta un debito alto? Se il debito è alto i creditori possono temere che lo stato non sia in grado di rimborsare i titoli in scadenza: i capitali fuggono e inizia una crisi finanziaria. Ma le cose non sono così semplici. Consentitemi una metafora: un debito alto è come avere il pavimento di casa cosparso di benzina. La casa non brucia, ma c’è il rischio che se qualcuno butta un fiammifero la casa prende fuoco. Il debito alto è la benzina. Ti espone al rischio che qualcosa vada storto e che la casa bruci. In altri termini, un debito alto è una condizione necessaria per una crisi, ma non è una condizione sufficiente. Se i mercati finanziari sono tranquilli (nessuno butta il fiammifero), nulla accade. Detto questo, per il solo fatto che esiste un rischio di crisi, ci sono costi: il tasso di interesse sul debito tende a essere più alto e la spesa per interessi sottrae risorse a forme di spesa più utili. Inoltre, l’incertezza su possibili crisi e i tassi di interesse alti riducono il potenziale di crescita di un Paese. 

Però, non tutte le benzine sono uguali: il debito è meno pericoloso se sta calando (perché i mercati guardano in avanti), se è detenuto da investitori domestici (perché un ripudio del debito è meno probabile visto che si danneggerebbero i propri elettori), se è detenuto dalla propria banca centrale (anche se questa non può esagerare nel comprarne per non causare inflazione) e da banche centrali di altri Paesi (come accade per gli Stati Uniti i cui titoli sono uno strumento di riserva mondiale). Ecco perché, a parità di debito, i rischi possono essere diversi. Al momento, nonostante il debito sia alto, l’Italia ha uno spread (la differenza tra tasso di interesse sul nostro debito e quello tedesco) inferiore al passato perché il rischio è percepito essere più basso: il debito è previsto scendere (dopo l’esaurirsi dell’effetto ritardato dei bonus edilizi), una parte consistente del debito è ancora detenuto dalla Banca d’Italia (che lo aveva acquisito durante la crisi Covid), i mercati finanziari sono tranquilli e nessuno, per fortuna, parla più di uscire dall’euro (è poco piacevole prestare euro allo stato italiano e poi essere ripagati in nuove lire svalutate).

Ma i rischi derivanti dal nostro debito non sono nulli. Da qui la necessità di ridurlo. Ma come? La ricetta è in teoria semplice: occorre aumentare, attraverso adeguate riforme, il tasso di crescita del Pil italiano. Questo avrebbe un effetto diretto sul rapporto tra debito e Pil, ma, soprattutto, con un Pil in crescita, le entrate dello stato aumenterebbero, il deficit, a parità di spesa, calerebbe e il debito in euro crescerebbe più lentamente. Questo processo di riduzione del rapporto di debito è stato seguito da molti paesi avanzati negli ultimi decenni, più di recente da Grecia, Portogallo, Cipro e, su scala minore, Spagna. Si parla di riduzioni del debito di 40-50 punti percentuali di Pil. Ma per seguire questa strada occorre aumentare il nostro tasso di crescita il che richiede riforme. Di queste vi parlerò in un altro pezzo estivo.

9 lug 2026 | 07:44

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