Non è il rialzo dei tassi in sé la notizia che emerge dai verbali della riunione del Consiglio direttivo della Banca centrale europea del 10 e 11 giugno, pubblicati il 9 luglio. Quella decisione era già nota. La vera novità è il cambio di prospettiva con cui Francoforte guarda alla crisi energetica innescata dalla guerra in Medio Oriente. Per i governatori, infatti, lo choc non può più essere considerato un fenomeno destinato a riassorbirsi rapidamente: è diventato più persistente del previsto, sta iniziando a propagarsi lungo tutta la filiera produttiva e rischia di mantenere alta l'inflazione ben oltre i rincari di petrolio e gas. È questa la convinzione che, un mese fa, ha portato il Consiglio direttivo a giudicare «appropriato» l'aumento di 25 punti base dei tassi.
Il documento restituisce l'immagine di una Bce più preoccupata rispetto alla primavera. Se fino a poche settimane prima prevaleva l'idea di poter «guardare oltre» lo choc energetico, confidando in un suo graduale riassorbimento, dai verbali emerge che questo non è più possibile. L'istituto guidato da Christine Lagarde ritiene ormai che il rincaro dell'energia possa produrre effetti più duraturi sull'economia e che, proprio per questo, la politica monetaria debba reagire senza attendere ulteriori conferme. Resta però fermo un principio: nessun percorso prestabilito sui tassi. Le prossime decisioni continueranno a essere prese riunione per riunione, sulla base dei dati.
A preoccupare non è più soltanto il prezzo del petrolio. I governatori osservano come gli aumenti dei costi energetici abbiano ormai iniziato a riflettersi su carburanti raffinati, fertilizzanti, plastica, trasporti e, progressivamente, anche sui prezzi di beni industriali e servizi. In altre parole, quello che era nato come uno choc concentrato sull'energia sta diventando un fenomeno più ampio, destinato a coinvolgere l'intera catena produttiva. È proprio questo passaggio a rendere, secondo la Bce, il rischio inflazionistico più persistente rispetto a quanto stimato nelle previsioni di marzo e di aprile.
Le nuove stime riflettono questa valutazione. L'inflazione media nell'Eurozona è prevista al 3% nel 2026, al 2,3% nel 2027 e al 2% nel 2028. Ancora più significativo è il quadro dell'inflazione di fondo, quella depurata dalle componenti più volatili, che dovrebbe restare sopra il 2% per tutto l'orizzonte delle previsioni, segno che le pressioni sui prezzi non dipendono più soltanto dall'energia.
C'è però un elemento che, almeno per il momento, evita alla Bce di parlare di una nuova spirale inflazionistica. Dai verbali emerge infatti che lo choc energetico non si è ancora trasferito ai salari. La crescita delle retribuzioni continua a rallentare, il wage tracker della stessa banca centrale indica un'ulteriore moderazione nei prossimi trimestri e il Consiglio direttivo sottolinea di non vedere, almeno per ora, effetti di secondo livello attraverso gli aumenti salariali. È un passaggio cruciale, perché una rincorsa tra salari e prezzi renderebbe l'inflazione molto più difficile da riportare stabilmente verso l'obiettivo del 2%.
La cautela, però, resta alta. Nei verbali si osserva che, se il caro energia dovesse protrarsi ancora a lungo, imprese e lavoratori potrebbero cercare di recuperare il potere d'acquisto perduto attraverso nuovi aumenti di prezzi e retribuzioni. Il ricordo dell'ondata inflazionistica del 2022, osservano i governatori, è ancora vivo e potrebbe rendere più rapide le reazioni di famiglie e aziende rispetto al passato.
Tra i passaggi meno scontati dei verbali ce n'è uno dedicato all'intelligenza artificiale. Secondo la Bce, il boom degli investimenti nell'AI sta contribuendo a sostenere l'economia mondiale e, in parte, anche quella dell'Eurozona. L'istituto osserva come la forte domanda legata alle nuove tecnologie stia alimentando gli utili delle imprese, sostenendo i mercati finanziari e compensando almeno in parte gli effetti negativi del caro energia. Insieme alla maggiore spesa pubblica per difesa e infrastrutture, è uno dei fattori che spiegano perché Francoforte continui a escludere, almeno nello scenario di base, una recessione dell'area euro nonostante la guerra e il rallentamento della crescita.
Accanto all'inflazione c'è il capitolo crescita. La guerra pesa sull'economia europea, ma Francoforte non vede uno scenario recessivo. Le nuove proiezioni indicano un Pil dell'Eurozona in aumento dello 0,8% nel 2026, dell'1,2% nel 2027 e dell'1,5% nel 2028. A sostenere l'attività economica dovrebbero essere soprattutto i consumi, un mercato del lavoro ancora resiliente, gli investimenti legati alla digitalizzazione e all'intelligenza artificiale e la maggiore spesa pubblica per difesa e infrastrutture. I rischi, naturalmente, restano elevati e dipenderanno soprattutto dall'evoluzione del conflitto e dalla durata dello shock energetico. Ma, almeno allo stato attuale, la Bce esclude che l'Eurozona sia destinata a entrare in recessione o in una nuova fase di stagflazione.