Il ritorno dei dazi di Washington segna la rinuncia definitiva dell’amministrazione di Donald Trump a ciò che per decenni ha costruito e consolidato la leadership americana: il «soft power», nell’espressione celebre di Joseph Nye, la capacità di suscitare rispetto, ammirazione e di indurre gli altri Paesi a percepire i propri interessi come allineati a quelli degli Stati Uniti. Al posto del «soft power», la Casa Bianca di Trump non ha solo scelto di far prevelare una visione dei rapporti internazionali «a somme zero» nella quale a ogni affermazione americana deve corrispondere un danno anche dei suoi stessi alleati di ieri. Adesso c’è anche la perdita di senso della misura, che sconfina nell’arbitrio.
Così il rappresentante al Commercio Jamieson Greer ha annunciato nella notte come funzioneranno, in teoria, i nuovi dazi con i quali l’amministrazione cerca di sostituire quelli al 15% già cancellati dalla Corte suprema per abuso del potere esecutivo di parte di Trump.
I nuovi dazi sarebbero giustificati – ha detto Greer – dal mancato rispetto delle norme contro il lavoro forzato da parte dell’Unione europea, del Canada, della Cina e di decine di altri Paesi. Con questa accusa il rappresentante del Commercio non intende dire che nei Paesi europei si pratichi il lavoro forzato, ma che questi non vigilano contro l’importazione di beni da Paesi dove il lavoro forzato è una realtà. Sulla base di questa valutazione, l’amministrazione ha avviato il processo che dovrebbe sfociare in dazi al 10% (oltre a quelli preesistenti nel marzo del 2025) su Unione europea, Canada, Gran Bretagna, Messico e Argentina, fra gli altri, e dazi al 12,5% contro Cina, Australia, Corea del Sud, Giappone e Brasile.
Sulla sostanza non si tratta di una sorpresa. Dopo la cancellazione dei dazi al 15% (omnicomprensivo) imposti per decreto nel 2025, Trump aveva già fatto sapere che li avrebbe sostituiti con un altro muro tariffario. Dall’inverno scorso ha già imposto contro l’Unione europea dazi provvisori in scadenza alla fine di giugno. Si sapeva che avrebbe cercato di prolungarli con misure più stabili. Adesso la sua amministrazione si aggrappa a un’altra base legale – la sezione 301 di una legge del 1974 contro pratiche «discriminatorie», «irragionevoli», «ingiustificabili» ai danni di imprese americane – per giustificare nuovi dazi permanenti senza passare dal Congresso.
La novità è nell’accusa. Essa è mossa contro 60 Paesi: importerebbero beni prodotti con il lavoro forzato, spiazzando i concorrenti americani.
In teoria i prodotti al centro della disputa sarebbero beni a basso valore aggiunto come il riso del Myanmar, il tabacco del Malawi o il cotone dello Xinjiang cinese: niente che possa incidere minimamente sulle esportazioni americane. Inoltre, almeno la legislazione europea sulla qualità e la sorveglianza lungo le filiere internazionali è senz’altro molto più stringente di quella americana, al punto che le stesse imprese europee si lamentano per i vincoli imposti. Dell’argomento della Casa Bianca per danneggiare i partner con nuovi dazi colpiscono dunque la natura strumentale e l’incuria nell’offesa.
L’amministrazione americana quasi non cerca neanche più di trovare ragioni plausibili per il proprio protezionismo. Inoltre, sempre sulla base della «sezione 301», l’amministrazione ha in corso un’altra «indagine» contro l’Unione europea per un’«eccesso di capacità produttiva nel settore manifatturiero». Non è chiaro che questa indagine possa portare a ulteriori dazi che potrebbero sommarsi – oppure no – al 10% appena proposto. Chiara invece è l’indifferenza con la quale questa amministrazione americana demolisce sistematicamente il proprio capitale politico presso i governi nel resto del mondo. Non si cura che i suoi argomenti siano reali o anche solo verosimili. Non si cura che tocchino le corde politicamente più sensibili in altri Paesi.
Fino a quando questi ultimi non reagiscono. Nel 2025 lo ha fatto la Cina e ha costretto Trump a una ritirata quasi completa. Non è tardi perché anche l’Unione europea ritrovi la sua voce nella diplomazia economica internazionale: ne avrebbe il rispetto di molti altri Paesi.