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Danilo Gallinari: «Che bello fare il papà a tempo pieno, il basket non mi manca. A New York non potevo neanche camminare»

Danilo Gallinari: «Che bello fare il papà a tempo pieno, il basket non mi manca. A New York non potevo neanche camminare»

Danilo, welcome back. Un nuovo Gallinari. Non più giocatore eclettico, macchina da punti e talento smisurato, ma commentatore tv su Prime Video, che trasmetterà le Nba Finals in esclusiva live in Italia: stanotte (ore 2.30) gara-1 tra San Antonio e New York, in Texas. Il Gallo era sbarcato in Nba proprio nella Grande Mela nel 2008, ha girato l’America e si è ritirato a dicembre a 37 anni, dopo aver vinto il titolo in Portorico con i Vaqueros de Bayamón.

New York campione Nba: non succede dal 1973.
«Sarebbe una figata: si può dire? Facciamo così: bellissimo. Il titolo manca da una vita, non riesco a immaginare quello che stanno provando i giocatori. Vincere a New York non è come farlo in altre squadre, entri nella leggenda. E chissà l’eventuale parata per le strade della città…».

C’è un ambiente paragonabile a New York e al Madison Square Garden?
«No, è diverso. Sia quando vinci sia quando perdi. Ti massacrano o ti caricano a molla».

Un esempio?
«La mia terza stagione ai Knicks: è bastato che avessimo un rendimento migliore rispetto ai due anni precedenti, che non potevo più girare per la città e fare due passi per Fifth Avenue».

Come si ferma Wembanyama, stella degli Spurs?
«Eh, a saperlo… Uno contro uno è impossibile. Se sta fuori area tira, se sta sotto canestro fa quello che vuole. Bisogna lavorare di squadra. E soprattutto può dominare sia in attacco sia in difesa: una dote unica, figlia delle sue dimensioni e del talento. In America lo chiamano “cheat code”, un codice per sbloccare i trucchi ai videogiochi. Lui è il trucchetto per vincere».

Ma è il prototipo del giocatore del futuro o sarà un unicum?
«Non penso che ne nasceranno altri, un po’ come LeBron James».

L’Nba sta sbarcando in Europa.
«Il progetto di Nba Europe mi piace. Non vedo l’ora che prenda forma. La qualità del basket europeo è talmente alta che ha bisogno di un sistema che funzioni. Il gioco, i tifosi, i palazzetti pieni: tutto bello. Ma mentre in America è 50% basket e 50% business, in Europa è 80% basket e 20% business. La Nba può aiutare a sistemare questa percentuale».

Si vede coinvolto nel progetto?
«Mi piacerebbe. Non è facile essendo io negli Stati Uniti, ma è un pensiero che ho».

Un’idea?
«Sarebbe bello in una delle due franchigie italiane, Roma o Milano. A Milano ancora meglio, per ovvie ragioni».

Sulla panchina dell’Olimpia c’è il suo caro amico Peppe Poeta.
«Oltre a essere un bravo allenatore, Peppe è sempre stato molto fortunato (ride, ndr.). E ha già la possibilità di vincere scudetto e Coppa Italia alla prima stagione. Sarebbe un grande traguardo».

Il suo Milan made in Usa non se la passa benissimo…
«Il giorno dopo la sconfitta con il Cagliari è stato devastante. Anche perché mia moglie (Eleonora Boi, ndr.) è cagliaritana: sono stato sfottuto dalla sua famiglia».

Manca una figura come Paolo Maldini?
«Il calciatore che più ho amato. E con gli anni ho scoperto una persona stupenda. Ci vorrebbero persone come lui in società».

Ha nostalgia del basket?
«No. Una volta a settimana gioco con un gruppo di amici qua a Miami, quindi mi tengo comunque in attività. Ma quando guardo una partita, non penso mai: “Vorrei essere lì”. Ho fatto il mio, sono soddisfatto».

Quindi ora papà a tempo pieno? Avete tre figli, l’ultimo (Ercole) è nato a novembre.
«Sì. È proprio quello che faccio adesso: papà a tempo pieno. Un’esperienza tosta ma meravigliosa».

Appurato che tiferà per New York, chi vincerà la Nba?
«Mi sa San Antonio…».

3 giu 2026 | 07:08

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